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Sicurezza negli ambienti di vita

ed antinfortunistica

Piano Primo - Settore B

Ambienti di vita in generale

Viviamo in quella che è stata definita la "società del rischio", in quanto ci troviamo quotidianamente di fronte a potenziali pericoli, e i rischi ai quali siamo continuamente esposti per cause vicine o anche apparentemente lontane da noi, riguardano in pieno la nostra vita e, prima ancora di mettere in pericolo la nostra incolumità fisica, mettono a dura prova il nostro benessere psicologico.

E’ necessaria una maggiore attenzione verso i problemi inerenti alla prevenzione, alla sicurezza e alla ricerca del benessere. E’ importante migliorare la nostra capacità di comprensione dei pericoli e di quegli eventi critici che non ci fanno sentire sicuri neppure negli ambienti a noi familiari nei quali conduciamo quotidianamente la nostra vita.
Proprio in questi ultimi si trovano moltissime fonti di pericolo che spesso sconosciamo o sottovalutiamo per l’estrema confidenzialità che regola i nostri comportamenti quotidiani e per i ritmi frenetici ai quali siamo frequentemente sottoposti.

Luoghi di lavoro

La storia dei grandi e piccoli incidenti che, in Italia e negli altri Paesi industrializzati, hanno caratterizzato i processi produttivi di ogni tipo, è sempre la storia di comportamenti errati o non regolamentari tenuti dall’uomo.

Da specifiche analisi statistiche emerge che l’"errore umano" è generalmente quello che si colloca all’origine dell’incidente che potrà poi manifestarsi in maniera più o meno grave a seconda del tipo di lavoro, dell’energia mobilitata, del numero di persone coinvolte, dei tempi di percezione dell’evento, della prontezza di risposta del dispositivo di intervento, del rapporto più o meno diretto tra macchina ed operatore.

Per lungo tempo la legislazione di tutela per la sicurezza dei lavoratori, sostanzialmente fondata sui disposti del superato DPR 547/55, è stata di tipo "impositivo", nel senso che il lavoratore era considerato parte del processo produttivo, e quindi, esposto ad una serie di rischi predeterminati dalla norma che stabiliva, tra l’altro, anche le modalità attraverso le quali, a cura e con le risorse finanziarie del datore di lavoro, il lavoratore dipendente doveva adottare alcune precauzioni, quali l’impiego di specifici indumenti protettivi, l’utilizzo di attrezzi conformati in un certo modo, financo intervalli nelle attività lavorative quando condizioni come la postura e/o l’utilizzo della vista potevano in qualche modo cagionare danni fisici alla persona o avere una qualche influenza, diretta o indiretta, sulle sue condizioni psicologiche. Il criterio dell’attitudine professionale a ricoprire uno specifico ruolo o a svolgere un determinato tipo di attività e la conseguente preparazione professionale, sono stati generalmente visti, in passato, come un metodo importante finalizzato soprattutto al conseguimento di una maggiore qualità dei prodotti in funzione dell’utile d’impresa.

A partire dalla seconda metà degli anni ottanta, in campo internazionale, si è cominciato a riflettere sul fatto che per migliorare le condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro occorreva insistere molto sulla tutela del personale addetto alle attività.

Questo nuovo approccio si concretizzò nel concetto che, elemento fondante della sicurezza in un’azienda era rappresentato dalla preparazione specifica dei lavoratori sui processi di lavorazione e dalle procedure di intervento adottate in caso di anomalie di funzionamento.

Nel nostro Paese la materia è stata regolamentata dalle nuove norme sulla sicurezza dei luoghi di lavoro contenute nei Decreti legislativi n. 626/94 e n. 242/96, seguiti, tra l’altro, da una notevole quantità di circolari e regolamenti applicativi promanati, anche recentemente, dai vari Ministeri competenti.


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